09/02/2024

Ricorda che sei polvere

All’inizio del nostro pellegrinaggio pasquale

“Ricordati che sei polvere”. Queste parole ci pongono nella condizione di iniziare il nostro pellegrinaggio pasquale. Siamo vulnerabili e liberi. Stiamo con i piedi ben piantati sul terreno.

Foto di Zach Lucero su Unsplash

Chiamiamo la Quaresima una “stagione penitenziale”. Colpisce, però, che il simbolo con cui essa inizia il mercoledì delle ceneri non si concentri così tanto sul peccato personale quanto sulla nostra contingenza di creature …

Prendere le ceneri equivale a confessare la nostra stretta relazione con il mondo della polvere, a dichiarare che siamo pronti ad abdicare da ogni pretesa di onnipotenza. Ponendomi di fronte a Dio in questo modo, professo che non sono Dio, ammetto l’abisso che mi separa da lui, accetto l’alterità di Dio, così dolorosa. Lui è ciò che io non sono, eppure il mio essere reca il segno di lui. Desidero un compimento che le cose create non possono dare. Cammino sulla terra come desiderio in forma umana. Sono a casa, ma sono anche straniero, preso dalla nostalgia di una patria che ricordo ma che non ho mai visto.
Quando impone le ceneri, il presbitero rivolge al fedele queste parole: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai”. Queste parole ci pongono nella condizione di iniziare il nostro pellegrinaggio pasquale, ci vengono tolte le illusioni. Di conseguenza, siamo al tempo stesso vulnerabili e liberi. Stiamo in piedi sicuri, i piedi ben piantati sul terreno …

Quando ricordo che sono polvere richiamo anche a me stesso che ero destinato a essere di più. La confessione fa echeggiare in sé una potenzialità perduta. Dirigere la mia vita con gli occhi rivolti alla Pasqua è confidare nel fatto che ciò che era perduto è stato ripristinato e può essere ritrovato. Come? Secondo la preghiera del mercoledì delle ceneri, attraverso l’umiltà. Quando umiliamo noi stessi, Dio risponde con la malleabilità. La nostra umiltà sollecita l’inclinazione di Dio a chinarsi, a toccarci e a risanarci. È un gesto che richiama, da parte di Dio, la creazione di Adamo … Il creato e l’increato si incontrano in una stupefacente, sorprendente unione. In questi termini, dire che sono polvere non è degradante. È Dio che si abbassa per amore, chinandosi verso il basso dai regni celesti per ridare forma e spirito all’umile materia. Il mercoledì delle ceneri ci viene detto che ciò che è accaduto il sesto giorno con la creazione di Adamo non è stato un avvenimento anomalo: è il modo in cui Dio si comporta con l’umanità. Se restiamo nel nostro elemento, nella verità di ciò che siamo, Dio continua a sporgersi verso di noi. Si piega verso la nostra umiliazione, con l’intenzione di riparare qualsiasi parte della sua immagine sia stata sfigurata.

Ne consegue che essere umili significa essere vigorosamente veritieri. Il significato risuona nell’etimologia. L’aggettivo latino humilis viene da humus, un nome il cui significato è vicino a quello dell’ebraico ᾽adamah. Definisce il suolo o, più concretamente, il terreno nel quale le piante trovano il nutrimento per crescere. Nel latino classico, iacere humi significa “giacere prostrati al suolo”. Essere humilis significa essere a contatto con il terreno. Un uomo umile è a proprio agio con la terra, su di essa si ritrova nel proprio elemento, comprende di non essere né un angelo né un uccello. Un capitolo fondamentale della Regola di Benedetto, il settimo, si intitola De humilitate e conferma la lettura che ho proposto. In esso, Benedetto non cerca di umiliare i suoi monaci, traccia una linea di autoconoscenza. La sua preoccupazione è liberarci dalla necessità di sembrare più di quel che siamo. Vorrebbe radicarci nella realtà, salvarci dall’illusoria autoesaltazione …

L’umiltà è un antidoto, incarna l’opzione preferenziale per restare con i piedi per terra.

Ricorda che sei polvere”: queste parole non sono una predica senza importanza. Affermano una verità ontologica, mi invitano a un’umiltà che ha le sue radici al centro del mio essere
Fare mia l’idea che sono polvere significa osare. Ammettendolo, mi riconcilio con la mia povertà, decido di restare in essa. Accetto il fatto che, pur con tutta la mia brama di vivere, io morirò; sono una polvere che ha nostalgia di gloria. Imparo a permettere alla gloria, per grazia, di reclamare per sé il mio essere fin d’ora, a renderlo capace di risuonare della musica dell’eternità e a guardare l’eternità come la mia casa …

Ricordare in questo modo è risvegliare alla speranza. E trovare una gioia che non delude.


Testo tratto da Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana (2019).

I volumi
L’autore, integrando pagine bibliche con testi della letteratura antica e moderna, e vicende di vite concrete, riflette su cosa significa essere uomini e donne per i quali l’esperienza universale della solitudine è frantumata, sconfitta dalla presenza di Dio che si dipana lungo la storia, nelle nostre vite.

2019, 151 pp.

Formati

  • Libro
    € 16,00  € 15,20
  • E-Pub
    € 10,99

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